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sabato 2 gennaio 2010

Il 41 bis ad personam di Giuseppe Graviano

L'11 dicembre 2009 Giuseppe Graviano si rifiuta di smentire o confermare le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza circa i rapporti tra cosa nostra, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
 Neppure cinque giorni dopo, il 16 dicembre, gli viene comminato un 41 bis ad personam.

L'avvocato di Graviano, Gaetano Giacobbe, sostiene che i magistrati hanno applicato la norma che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro. Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41 bis, si sarebbe arrivati al tetto di tre anni previsto dalla legge e la Corte, quindi, avrebbe deciso che i tre anni sono passati. Ora, decidere se tre anni sono passati è un'evidente uso bislacco o strumentale delle parole: tre anni sono passati oppure non sono passati, e per stabilirlo, più che una Corte di Assise, ci vuole un calendario.

Giuseppe Graviano è in carcere dal 27 gennaio 1994. Durante la sua detenzione è stato sottoposto più volte al regime di isolamento diurno. Se vogliamo arrivare a porci le domande giuste, conviene almeno farsi quelle vecchie. Ovvero: cosa dice realmente questo 41 bis?




lunedì 7 dicembre 2009

L’altro Spatuzza: l’uomo che per primo accusò Silvio

La ricerca di nuovi referenti politici da parte di Cosa Nostra, l’idea separatista, la nascita di Forza Italia, la scelta del movimento di Dell’Utri, i legami con Berlusconi, le stragi del ‘93 e gli interrogativi che si trascinano visti attraverso le dichiarazioni di un vecchio pentito.

"Quando Berlusconi tenne l’ultimo comizio della sua campagna elettorale (del 1994, nda) a Palermo presso la Fiera del Mediterraneo, io ero presente su incarico di Bagarella. Riferii, poi, allo stesso Bagarella di una frase di Berlusconi in cui si manifestava un vago proposito di utilizzare i voti contro la delinquenza. Bagarella mi disse che era una frase obbligata per l’opinione pubblica e per i giornalisti, dato che era stato contestato al Berlusconi che non parlava mai di mafia; ma in quella stessa occasione mi assicurò, ancora una volta, che lo stesso aveva preso ‘impegni seri’ con noi intendendo con tutta Cosa Nostra".




giovedì 3 dicembre 2009

Berlusconi, dopo la confessione i bagagli


Il Pdl è in campagna elettorale. Formigoni, dopo l’annuncio della sua iscrizione nel registro degli indagati assieme a Podestà, stamane è stato intervistato per 20 minuti da Rtl ed è finito col suo viso pacioso su tutti i telegiornali regionali, che gli hanno dedicato servizi e interviste senza contradditorio in cui ha recitato la poesia di regime contro i magistrati e la procura di Milano.




domenica 29 novembre 2009

Come non farsi dare del mafioso


Per una volta ci sentiamo in dovere di dare consigli a Silvio Berlusconi. Poveretto, tutti gli danno del mafioso: i suoi due giornali s’inventano avvisi di garanzia che (al momento) non ci sono, riportando all’attenzione dell’opinione pubblica alcuni aspetti del suo passato venuti a galla solo nel 2001 con l’intervista di Travaglio a Satyricon e presto, anzi prestissimo, dimenticati. Oggi, grazie a Belpietro e Feltri, si torna a parlare anche in tv di Berlusconi mafioso. Ecco perché, certi dell’assoluta integrità morale del premier, gli offriamo un decalogo per non farsi accusare di concorsi vari ed eventuali che abbiano a che fare con la mafia, rivolgendoci direttamente a lui.





venerdì 27 novembre 2009

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI?

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! Il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.




giovedì 26 novembre 2009

Se questo è uno Stato


È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi.




mercoledì 25 novembre 2009

Nuovo pentito: “Berlusconi mandante delle stragi”


Pietro Romeo, ex soldato dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, è un gigante che pesa più di un quintale. Il suo ruolo nei delitti di Cosa nostra era quello di torturare con ferocia e strangolare a mani nude. Tra le sue fauci sono morti Gaetano Buscemi dopo otto ore di interrogatorio e scioglimento nell’acido risparmiato “per permettere a mia moglie di venirmi a trovare sulla tomba” e un giovane di Villabate, fatto a pezzi e buttato giù per le scarpate dell’entroterra palermitano.




sabato 31 ottobre 2009

Trattativa stato-mafia, spuntano i nastri con le conversazioni Mori-Ciancimino


A breve si vedrà se mentiva o meno Mario Mori, quando negava di aver avviato la trattativa tra Stato e mafia: Massimo Ciancimino dovrebbe consegnare ai magistrati della Procura di Palermo anche i nastri contenenti le registrazioni delle conversazioni tra suo padre, l’ex sindaco di Palermo “Don Vito” Ciancimino, e Mario Mori, all’epoca dei fatti colonnello dei carabinieri.




giovedì 22 ottobre 2009

Genchi conferma la trattativa: "Ne sono testimone"


"La trattativa c'è stata, ne sono testimone", giura Gioacchino Genchi.
Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell' "Archivio Genchi"), lavorò alle indagini sulla strage di via D'Amelio e la morte di Paolo Borsellino, "Ma fummo fermati. Arrivò l'annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell'Interno a spiegare l'operato dello Stato".




mercoledì 21 ottobre 2009

Nuove rivelazioni: i contatti tra Cosa Nostra, Dell'Utri e Berlusconi


È la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: «Eh! Finalmente si sono fatti sotto». Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: «Ah, ci ho fatto un papello così…» e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: «Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino».




martedì 20 ottobre 2009

Accordo mafia-stato: il gioco degli specchi

Mori nega tutto
"Non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato". Lo ha detto il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui e' imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995. Mori ha spiegato di aver incontrato piu' volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa sul cosi' detto 'papello', le richieste dei boss allo Stato, messe nero su bianco da Toto' Riina.




Procuratore Grasso, mi spieghi un attimo un paio di cose


Dunque della trattativa sapevano cani e porci. Da «Ninu Ballerinu», il dio del pane con la milza a Palermo, al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Noi invece eravamo presi quotidianamente per il culo.
Guardati con ironia dall'alto dei palazzi di Palermo e di Roma. Morto Falcone, l'ex comandante del Ros Mario Mori, il colonnello Mauro Obinu, Nicola Mancino e gli altri galantuomini che trattavano con la mafia, mentre la gente al funerale del loro giudice piangeva la morte del proprio futuro, loro ridevano sotto i baffi, loro mediavano, loro contattavano, loro corteggiavano. Loro trattavano e tramavano, e se la vita del rompipalle Paolo Borsellino valeva la trattativa, beh, qualche sacrificio bisognava farlo.




lunedì 19 ottobre 2009

La trattativa tra mafia e stato ci fu: lo conferma Grasso


Il procuratore antimafia Piero Grasso ha recentemente rilasciato delle dichiarazioni esplosive: il magistrato infatti conferma che venne effettivamente avviata una trattativa tra mafia ed esponenti delle istituzioni, trattativa che «salvò la vita a molti politici». Ecco un brevissimo riassunto di quanto emerge: è un quadro incompleto sicuramente, ma contiene già parecchi spunti interessanti.




venerdì 16 ottobre 2009

Accordi tra Mafia e Stato: spuntano le prove




Durante l’estate del 1992, dopo la strage di Capaci (in cui morì Giovanni Falcone) e prima dell’omicidio di Borsellino (strage di via D’Amelio), Cosa Nostra consegnò 12 richieste allo Stato, per mano del politico e criminale Vito Ciancimino.