Leggi ad personam. Conflitto di interessi. Ci siamo abituati. Ma non basta per comprendere lo scenario politico e culturale italiano. Giustizia e comunicazione (attorno alla vecchia prepotente televisione generalista e generale) sono - è vero - il cemento di potere della destra. Tuttavia, siamo ormai al di là delle previsioni pessimistiche d’inizio legislatura. E’ in atto davvero un tentativo di dar vita ad un ‘elettroregime’. Come prima, più di prima. E infatti. Per ciò che concerne i media, antichi e moderni o post-moderni, ci sono due novità enormi. Da ultimo, il decreto firmato dal ministro per i beni culturali Bondi sulla rideterminazione del compenso per la ‘copia privata’ e, ancor più, il decreto legislativo di Natale che intende a suo modo dare attuazione alla direttiva europea ‘Audiovisual Media Services’ (ex Direttiva ‘Tv senza frontiere’).
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martedì 19 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
Numeri
L’Istat ha pubblicato giusto ieri un resoconto statistico “per capire il Paese in cui viviamo” (così sta scritto nel titolo).
E’ interessante, perché smentisce alcuni luoghi comuni.
Gli stranieri residenti in Italia nel 2009 erano 3.891.295, ossia il 6.5% della popolazione totale. Tanti, pochi? Diciamo che in Spagna sono l’11.6%, in Germania l’8.8%, in Regno Unito il 6.6%, in Francia il 5.7%. Dalle statistiche mancano i clandestini, è vero, ma mancano pure negli altri Paesi e, secondo l’Ocse, il fenomeno è più o meno analogo in proporzione anche altrove.
Ma il dato più interessante è un altro. La comunità straniera più presente (circa 800mila persone) è quella romena, con il 20.5% sul totale; poi l’albanese con l’11.3%, la marocchina (10.4%), la cinese (il 4.4%), l’ucraina (il 4.0%), la filippina (il 2.9%), la tunisina, la polacca, l’indiana, la moldava. Il dato che colpisce è che di queste dieci comunità più numerose, solamente in due la religione nettamente prevalente è quella musulmana e comunque il loro numero complessivo non è così esagerato. Forse quando parliamo di immigrazione e la riduciamo alla religione musulmana e ai problemi che essa pone in termini di integrazione multiculturale dovremmo pensarci un po’, guardare prima queste cifre.
E’ interessante, perché smentisce alcuni luoghi comuni.
Gli stranieri residenti in Italia nel 2009 erano 3.891.295, ossia il 6.5% della popolazione totale. Tanti, pochi? Diciamo che in Spagna sono l’11.6%, in Germania l’8.8%, in Regno Unito il 6.6%, in Francia il 5.7%. Dalle statistiche mancano i clandestini, è vero, ma mancano pure negli altri Paesi e, secondo l’Ocse, il fenomeno è più o meno analogo in proporzione anche altrove.
Ma il dato più interessante è un altro. La comunità straniera più presente (circa 800mila persone) è quella romena, con il 20.5% sul totale; poi l’albanese con l’11.3%, la marocchina (10.4%), la cinese (il 4.4%), l’ucraina (il 4.0%), la filippina (il 2.9%), la tunisina, la polacca, l’indiana, la moldava. Il dato che colpisce è che di queste dieci comunità più numerose, solamente in due la religione nettamente prevalente è quella musulmana e comunque il loro numero complessivo non è così esagerato. Forse quando parliamo di immigrazione e la riduciamo alla religione musulmana e ai problemi che essa pone in termini di integrazione multiculturale dovremmo pensarci un po’, guardare prima queste cifre.
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giovedì 14 gennaio 2010
Internet, il Governo prepara il bavaglio
Il decreto con il quale il Governo si appresta a dare attuazione alla delega per il recepimento della direttiva Audiovisual Media Services (ex Direttiva TV senza frontiere) può a buon diritto definirsi un caso paradigmatico di conflitto di interressi. Al di fuori di qualunque previsione della direttiva e della stessa legge di delega lo schema presentato al Parlamento introduce, del tutto illegittimamente, tutta una serie di disposizioni che tendono da un lato ad impedire lo sviluppo di istruttorie in corso presso l’AGCOM, come nel caso dell’esclusione dal novero dei programmi tv delle trasmissioni Mediaset +1 o do quelle pay tv e pay per view per eludere la soglia di legge del 20%, da un altro ad eliminare le regole sui diritti residuali e sulle quote di produzione in favore dei produttori indipendenti o per rendere meno stringenti di quanto non siano già le norme in materia di pubblicità (esclusione delle telepromozioni e delle televendite dal computo del limite del 20% dell’affollamento pubblicitario quotidiano, riduzione da 45 a 30 minuti dell’intervallo tra una pubblicità, product placement consentito in modo indiscriminato in tutte le trasmissioni).
Tuttavia quello che è più grave il testo prevede pesanti disposizioni che tendono in qualche modo a controllare la rete.
Tuttavia quello che è più grave il testo prevede pesanti disposizioni che tendono in qualche modo a controllare la rete.
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Veto del governo sulla tv online
"Una riforma che cambia completamente le norme che regolano tv e Internet in Italia” e tutto ciò senza coinvolgere il Parlamento. Sono parole allarmate quelle di Paolo Gentiloni, responsabile Comunicazioni del Partito democratico: così commenta il decreto legislativo presentato dal Parlamento ora approdato in Camera e Senato per un parere obbligatorio ma non vincolante.
Il governo aveva la delega del Parlamento per recepire una direttiva europa: "Tv senza frontiere". "Una delega di sei righe" specifica Gentiloni.
Il governo ha presentato un testo di 40 pagine che contengono quella che appare come una riforma articolata. Il provvedimento prevede infatti una riduzione della pubblicità per i canali Sky; la cancellazione delle norme che tutelano il cinema italiano e la fiction indipendente; una revisione di ciò che costituisce un “programma televisivo” in maniera di permettere a Mediaset di superare il limite del 20 per cento dei ricavi complessivi del sistema integrato delle comunicazioni (Sic), previsto dalla legge Gasparri.
Ma le disposizioni riguardano anche Internet. In particolare: 1) la trasmissioni audio-visive su Internet (Web tv, dirette streaming, ma anche YouTube o YouReporter) necessiterà di un’autorizzazione del governo per operare; 2) sarà obbligatoria anche per non meglio specificati "notiziari Web" la rettifica prevista per i telegiornali ; 3) è demandata all’Agenzia delle Comunicazioni (di nomina politica) la stesura di un regolamento sul diritto d’autore per tutelare i produttori di servizi audiovisivi (quindi contro il download).
Anche Vincenzo Vita del Pd definisce le misure proposte: “Un nuovo codice delle comunicazione fatto senza il Parlamento”. E’ prevista per oggi la conferenza stampa delle opposizioni contro questo decreto che potrebbe diventare operativo molto presto.
Il governo aveva la delega del Parlamento per recepire una direttiva europa: "Tv senza frontiere". "Una delega di sei righe" specifica Gentiloni.
Il governo ha presentato un testo di 40 pagine che contengono quella che appare come una riforma articolata. Il provvedimento prevede infatti una riduzione della pubblicità per i canali Sky; la cancellazione delle norme che tutelano il cinema italiano e la fiction indipendente; una revisione di ciò che costituisce un “programma televisivo” in maniera di permettere a Mediaset di superare il limite del 20 per cento dei ricavi complessivi del sistema integrato delle comunicazioni (Sic), previsto dalla legge Gasparri.
Ma le disposizioni riguardano anche Internet. In particolare: 1) la trasmissioni audio-visive su Internet (Web tv, dirette streaming, ma anche YouTube o YouReporter) necessiterà di un’autorizzazione del governo per operare; 2) sarà obbligatoria anche per non meglio specificati "notiziari Web" la rettifica prevista per i telegiornali ; 3) è demandata all’Agenzia delle Comunicazioni (di nomina politica) la stesura di un regolamento sul diritto d’autore per tutelare i produttori di servizi audiovisivi (quindi contro il download).
Anche Vincenzo Vita del Pd definisce le misure proposte: “Un nuovo codice delle comunicazione fatto senza il Parlamento”. E’ prevista per oggi la conferenza stampa delle opposizioni contro questo decreto che potrebbe diventare operativo molto presto.
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Portarsi avanti: a cosa serve il decreto Romani
E’ straordinario come, con un solo decreto, quello firmato Paolo Romani, il governo Berlusconi voglia ottenere tre risultati, uno meno encomiabile dell’altro.
Il primo, vabbeh, è danneggiare Sky, in pratica l’unico attuale concorrente di Mediaset. E’ da più di un anno che la strategia va avanti: prima hanno speso una valanga di soldi pubblici per il digitale terrestre, poi hanno alzato le tasse sugli abbonamenti Sky, poi hanno portato via i canali satellitari Rai dalla piattaforma Sky, adesso gli riducono gli spot per legge ( presto ci sarà da divertirsi con il nuovo contratto di servizio). In un paese in cui il premier non fosse anche il proprietario di Mediaset, potremmo anche dire chissenefrega. In Italia fa schifo, perché è un’alterazione del mercato per favorire un concorrente (che è anche il capo del governo) contro un altro.
Il secondo è una cosa che potremmo chiamare conflitto d’interessi preventivo, ovvero portarsi avanti per schiacciare la concorrenza futura.
Il primo, vabbeh, è danneggiare Sky, in pratica l’unico attuale concorrente di Mediaset. E’ da più di un anno che la strategia va avanti: prima hanno speso una valanga di soldi pubblici per il digitale terrestre, poi hanno alzato le tasse sugli abbonamenti Sky, poi hanno portato via i canali satellitari Rai dalla piattaforma Sky, adesso gli riducono gli spot per legge ( presto ci sarà da divertirsi con il nuovo contratto di servizio). In un paese in cui il premier non fosse anche il proprietario di Mediaset, potremmo anche dire chissenefrega. In Italia fa schifo, perché è un’alterazione del mercato per favorire un concorrente (che è anche il capo del governo) contro un altro.
Il secondo è una cosa che potremmo chiamare conflitto d’interessi preventivo, ovvero portarsi avanti per schiacciare la concorrenza futura.
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Il governo colpisce Murdoch e inventa lo sceriffo di internet
Il Garante delle Comunicazioni dovrà vigilare sul rispetto delle regole sul diritto d’autore nel web. E i prodotti informativi della rete dovranno rettificare le notizie sbagliate come il tg1 o il tg5. Mentre per Sky arriva il taglio della pubblicità.
Lo scrive Aldo Fontanarosa su Repubblica di oggi: il decreto di Natale famoso per aver tagliato la pubblicità a Sky, imponendo un tetto per la raccolta che in teoria vale per tutti, visto che è applicato sia sul digitale che sul satellite, ma in pratica colpisce soltanto l’emittente di Murdoch, contiene anche qualche norma pensata ad hoc per il web. Tanto per gradire.
GOVERNO CONTRO SKY – Gina Nieri di Mediaset aveva detto che la legge non era un favore al Biscione: “La riduzione progressiva del limite di affollamento orario degli spot per la pay tv colpisce noi come Sky: non è che non risentiamo di questa misura perché siamo l’azienda del presidente del Consiglio”. Il taglio riguarda infatti anche le attività pay di Mediaset, “un elemento in forte crescita nel nostro gruppo”- dichiarava al Giornale. Un’interpretazione contestata da Roberto Rao (Udc), della Vigilanza Rai: “Il governo si conferma più impegnato a porre dei freni all’espansione di concorrenti dell’attuale assetto Rai-Mediaset, piuttosto che attuare i meccanismi di contrasto all’evasione del canone del servizio pubblico. Il tetto pubblicitario alla raccolta delle pay tv serve a limitare Sky e seppure formalmente interessa anche la pay di mediaset, è pur vero che questa ancora non raggiunge neanche la quota del 12% della pubblicità e quindi non ne viene danneggiata”. Una nuova legge a favore del duopolio RaiSet? “Non lo so. Quel che è certo è che la Rai con queste norme non ci guadagna nulla, mentre invece il resto del gruppo Mediaset potrà giovarsene, e di molto. Il governo in aula ha accolto un mio ordine del giorno teso ad agganciare il canone Rai alle bollette energetiche. Alla ripresa dei lavori, vedremo se la maggioranza sarà capace di passare dalle parole ai fatti, oppure proseguirà nella politica di interventi tesi solo a contrastare gli avversari dell’attuale quadro televisivo”.
Lo scrive Aldo Fontanarosa su Repubblica di oggi: il decreto di Natale famoso per aver tagliato la pubblicità a Sky, imponendo un tetto per la raccolta che in teoria vale per tutti, visto che è applicato sia sul digitale che sul satellite, ma in pratica colpisce soltanto l’emittente di Murdoch, contiene anche qualche norma pensata ad hoc per il web. Tanto per gradire.
GOVERNO CONTRO SKY – Gina Nieri di Mediaset aveva detto che la legge non era un favore al Biscione: “La riduzione progressiva del limite di affollamento orario degli spot per la pay tv colpisce noi come Sky: non è che non risentiamo di questa misura perché siamo l’azienda del presidente del Consiglio”. Il taglio riguarda infatti anche le attività pay di Mediaset, “un elemento in forte crescita nel nostro gruppo”- dichiarava al Giornale. Un’interpretazione contestata da Roberto Rao (Udc), della Vigilanza Rai: “Il governo si conferma più impegnato a porre dei freni all’espansione di concorrenti dell’attuale assetto Rai-Mediaset, piuttosto che attuare i meccanismi di contrasto all’evasione del canone del servizio pubblico. Il tetto pubblicitario alla raccolta delle pay tv serve a limitare Sky e seppure formalmente interessa anche la pay di mediaset, è pur vero che questa ancora non raggiunge neanche la quota del 12% della pubblicità e quindi non ne viene danneggiata”. Una nuova legge a favore del duopolio RaiSet? “Non lo so. Quel che è certo è che la Rai con queste norme non ci guadagna nulla, mentre invece il resto del gruppo Mediaset potrà giovarsene, e di molto. Il governo in aula ha accolto un mio ordine del giorno teso ad agganciare il canone Rai alle bollette energetiche. Alla ripresa dei lavori, vedremo se la maggioranza sarà capace di passare dalle parole ai fatti, oppure proseguirà nella politica di interventi tesi solo a contrastare gli avversari dell’attuale quadro televisivo”.
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mercoledì 13 gennaio 2010
Appello per la pagina "Berlusconi chi è?"
Leggo e ripubblico questo appello: leggetelo con attenzione e seguite le istruzioni! Grazie.
L'amministrazione di Facebook ha appena bloccato la pagina "Berlusconi chi è?" perché a loro avviso sono state violate le condizioni d'uso del social network.
Chi segue la pagina sa che si tratta di una pagina d'informazione, in cui non è presente materiale offensivo e tutte le notizie pubblicate provengono dalla rete.
Abbiamo provveduto a inviare un'email e restiamo in attesa di una risposta, in ogni caso sino a quando la pagina non verrà ripristinata, sarà impossibile pubblicare note, video, foto, ecc.
Chiediamo gentilmete di aiutarci inviando questa breve email all'indirizzo warning@facebook.com dall'indirizzo di posta elettronica con cui siete iscritti su Facebook:
Dear Facebook team, I am a Facebook user and I kindly ask you to re-open the page "Berlusconi chi è?", which has the following URL: http://www.facebook.com/pages/BERLUSCONI-chi-e/76372150336 It is a critic page and has not violated any terms of use. I kindly ask to reactivate this page. Thanks and best regards
FIRMA xxxxx
Grazie da tutto lo staff di "Berlusconi chi è?"
L'amministrazione di Facebook ha appena bloccato la pagina "Berlusconi chi è?" perché a loro avviso sono state violate le condizioni d'uso del social network.
Chi segue la pagina sa che si tratta di una pagina d'informazione, in cui non è presente materiale offensivo e tutte le notizie pubblicate provengono dalla rete.
Abbiamo provveduto a inviare un'email e restiamo in attesa di una risposta, in ogni caso sino a quando la pagina non verrà ripristinata, sarà impossibile pubblicare note, video, foto, ecc.
Chiediamo gentilmete di aiutarci inviando questa breve email all'indirizzo warning@facebook.com dall'indirizzo di posta elettronica con cui siete iscritti su Facebook:
Dear Facebook team, I am a Facebook user and I kindly ask you to re-open the page "Berlusconi chi è?", which has the following URL: http://www.facebook.com/pages/BERLUSCONI-chi-e/76372150336 It is a critic page and has not violated any terms of use. I kindly ask to reactivate this page. Thanks and best regards
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Grazie da tutto lo staff di "Berlusconi chi è?"
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Dall’ossessione per Berlusconi a quella per il Paese
Non capisco. Negli ultimi mesi i media tradizionali (carta stampata, televisioni) hanno inseguito gli umori, e in particolare le stranezze (fan di Totò Riina, idolatri di Massimo Tartaglia, amici dei pedofili), della rete. A ogni evento seguiva la precisazione: “e su Facebook…”. Con vette paradossali come quelle toccate dal Corriere della Sera che, nel giorno dello spintone al Papa, segnalava i quattro iscritti al gruppo ”Susanna Maiolo ti devi vergognare” e i quindici membri di una pagina analoga.
Ebbene il giocattolo si deve essere, in qualche modo, rotto, se è vero che da settimane migliaia di utenti (di Facebook e non) si chiedono se aggressione a Silvio Berlusconi sia una montatura senza destare interesse (o quasi) neppure in quotidiani e telegiornali che solitamente non si lasciano sfuggire l’occasione di criminalizzare i social network o, più in generale, diffondere l’idea che la rete sia in mano ai sovversivi (parola di Gabriella Carlucci). Strano dunque che passi inosservato un gruppo con quasi seimila iscritti in cui si chiede di firmare un “esposto-denuncia” al Procuratore di Milano per “chiarire una questione di grandissima rilevanza sociale” e “definire con precisione l’idea di una grandissima messa in scena”. Il tutto con cinque dettagliatissime domande a corredo, come: “la quantità di moto dell’oggetto era tale da arrecare i danni dichiarati?”.
I complottisti sono in costante aumento, e continuano a darsi da fare. Alcuni membri del “Popolo Viola”, ad esempio, organizzano una campagna di affissioni uguale e contraria a quella del PDL di Basaglia. Altri frequentatori di Facebook chiedono addirittura una interrogazione parlamentare “per accertare la verità sulle lesioni subite dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a seguito dell’aggressione”. Per non parlare dei video che impazzano su YouTube.
Ebbene il giocattolo si deve essere, in qualche modo, rotto, se è vero che da settimane migliaia di utenti (di Facebook e non) si chiedono se aggressione a Silvio Berlusconi sia una montatura senza destare interesse (o quasi) neppure in quotidiani e telegiornali che solitamente non si lasciano sfuggire l’occasione di criminalizzare i social network o, più in generale, diffondere l’idea che la rete sia in mano ai sovversivi (parola di Gabriella Carlucci). Strano dunque che passi inosservato un gruppo con quasi seimila iscritti in cui si chiede di firmare un “esposto-denuncia” al Procuratore di Milano per “chiarire una questione di grandissima rilevanza sociale” e “definire con precisione l’idea di una grandissima messa in scena”. Il tutto con cinque dettagliatissime domande a corredo, come: “la quantità di moto dell’oggetto era tale da arrecare i danni dichiarati?”.
I complottisti sono in costante aumento, e continuano a darsi da fare. Alcuni membri del “Popolo Viola”, ad esempio, organizzano una campagna di affissioni uguale e contraria a quella del PDL di Basaglia. Altri frequentatori di Facebook chiedono addirittura una interrogazione parlamentare “per accertare la verità sulle lesioni subite dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a seguito dell’aggressione”. Per non parlare dei video che impazzano su YouTube.
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lunedì 11 gennaio 2010
Rosarno, la BBC un anno fa: “Vivono come animali”
“Non c’è riscaldamento, l’olezzo è terribile”, così un inviato della BBC , in un video servizio del 25 febbraio 2009, commentava le disumane condizioni di vita degli immigrati nella cittadina calabrese. “Non siamo in Africa ma nel Sud d’Italia”, spiegava mentre si muoveva, seguito dal cameramen, all’interno della bidonville di Rosarno. Allestita all’interno di una fabbrica dismessa, la struttura ospitava già allora 600 anime nascoste in catapecchie di cartone.
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venerdì 8 gennaio 2010
Fratelli blogger
"Iran libero, Cina libero, mondo libero". Questo il messaggio lanciato su Internet da un blogger cinese in solidarietà ai manifestanti in Iran. Sono in tutto una decina i blogger che, aggirando lo stretto controllo della censura, hanno espresso la loro vicinanza agli oppositori iraniani: da ambo le parte le battaglie contro i regimi autoritari viaggiano spesso in comune.
Per ora, i cinesi, riescono ancora a bucare il muro della grande muraglia digitale cinese, grazie a dei server proxy, che nascondo l’indirizzo da dove partono i messaggi.
Per ora, i cinesi, riescono ancora a bucare il muro della grande muraglia digitale cinese, grazie a dei server proxy, che nascondo l’indirizzo da dove partono i messaggi.
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domenica 3 gennaio 2010
Blob: quello che i tg non dicono sull'Abruzzo
Ecco cosa vuol dire servizio pubblico: grazie a Blob per averci mostrato quello che i TG nascondono tutti i santi giorni.
(CLICCA QUI SE NON VEDI IL VIDEO!)
Blob Rai 3 ( Caos Calmo - L'Aquila) - 01-gen-2010 20.00
(CLICCA QUI SE NON VEDI IL VIDEO!)
Blob Rai 3 ( Caos Calmo - L'Aquila) - 01-gen-2010 20.00
sabato 2 gennaio 2010
Genchi: “In Calabria altro che P2”. Ecco perché hanno fermato De Magistris
Sembra la P2, ma non lo è, gli somiglia molto. Una rete di intrighi, relazioni pericolose tra mondo della finanza, imprenditoria, politica e magistratura. Inseguono interessi di parte, scoperti da un magistrato rigoroso, messo alla porta. Ma non è solo la storia delle inchieste di Luigi De Magistris questo libro, il caso Genchi, edizioni Aliberti, a cura di Edoardo Montolli, è il racconto di un’Italia sepolta da trame, affari, incroci e patti luciferini. La seconda Repubblica nata dalle stragi degli anni ’90, via D’amelio si incrocia con Why not, la mega inchiesta del pubblico ministero napoletano, e in entrambe balzano fuori gli stessi nomi. C’è l’amara consapevolezza che quello che ci fanno vedere è la minima parte, dietro il proscenio c’è la verità ansimante, ridotta a brandelli. Ripercorriamo alcune significativi tasselli di questa trama oscura. Gioacchino Genchi, un funzionario di polizia, è stato superconsulente delle procure, ha seguito le indagini sulle stragi e altre inchieste sugli scandali che hanno attraversato il paese. Qualche settimana fa l’ex ministro Claudio Martelli si chiese ma chi è questo Genchi?
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sabato 26 dicembre 2009
La grande truffa dei soldi ai partiti
Un rapporto della Corte dei Conti citato dal Corriere della Sera svela: quattro euro rimborsati per ognuno speso. Un aumento del 270% in un quinquennio.
Lo scrive il Corriere della Sera in un articolo a firma Sergio Rizzo citando un rapporto della Corte dei Conti: Nelle ultime elezioni politiche del 2008 i partiti hanno speso 136 milioni di euro e ne incasseranno 503 sino al 2012. Un guadagno pari a circa il 270% in cinque anni, che testimonia anche un aumento esponenziale delle spese e dei “rimborsi elettorali” degli ultimi 15 anni. I partiti nella tornata elettorale del 27-28 marzo 1994 hanno speso 36 milioni contro i 110 milioni delle politiche del 2008. Mentre per quanto riguarda i rimborsi elettorali si è assistito addirittura a una decuplicazione, passando dai 47 milioni versati ai partiti nel 1994 ai 503 milioni del 2008.
Lo scrive il Corriere della Sera in un articolo a firma Sergio Rizzo citando un rapporto della Corte dei Conti: Nelle ultime elezioni politiche del 2008 i partiti hanno speso 136 milioni di euro e ne incasseranno 503 sino al 2012. Un guadagno pari a circa il 270% in cinque anni, che testimonia anche un aumento esponenziale delle spese e dei “rimborsi elettorali” degli ultimi 15 anni. I partiti nella tornata elettorale del 27-28 marzo 1994 hanno speso 36 milioni contro i 110 milioni delle politiche del 2008. Mentre per quanto riguarda i rimborsi elettorali si è assistito addirittura a una decuplicazione, passando dai 47 milioni versati ai partiti nel 1994 ai 503 milioni del 2008.
giovedì 24 dicembre 2009
Il vaccino della stupidità
L’altro giorno, a Roma, Joi Ito ha cercato di spiegare che la stupidità e il male in Internet sono come un vaccino: per consentire a tutti di crescere robusti in una società digitale aperta.
A me sembra un paragone calzante. E mi chiedo quali spaventosi margini di arbitrarietà si apriranno se e quando si deciderà che si possono oscurare alcuni siti.
Ad esempio, Maroni farebbe chiudere questo grottesco sito omofobo che mi ha segnalato Carolina su Facebook?
Ovviamente io no, per quanto detto poco sopra.
Ma se davvero dovesse passare qualche legge di filtro o censura, avete idea del casino che verrebbe fuori sul perché quel sito passa e quell’altro no? E ne ha idea il buon Maroni?
A me sembra un paragone calzante. E mi chiedo quali spaventosi margini di arbitrarietà si apriranno se e quando si deciderà che si possono oscurare alcuni siti.
Ad esempio, Maroni farebbe chiudere questo grottesco sito omofobo che mi ha segnalato Carolina su Facebook?
Ovviamente io no, per quanto detto poco sopra.
Ma se davvero dovesse passare qualche legge di filtro o censura, avete idea del casino che verrebbe fuori sul perché quel sito passa e quell’altro no? E ne ha idea il buon Maroni?
martedì 22 dicembre 2009
Le scelte che dovrà fare Scrat
Ieri si faceva il caso – casuale, appunto – di un sito omofobo.
Ma se uno oggi ha voglia di farsi un giro su Facebook forse non troverà più le pagine che hanno causato tanto sdegno subito dopo l’aggressione del Duomo: in compenso Uccidiamo Bassolino è ancora lì bel tranquillo, accanto a Uccidiamo Spaccarotella, Uccidiamo Prodi, Uccidiamo Marrazzo, Uccidiamo Bossi, mentre è ricomparso anche un Uccidiamo Berluskoni (con il kappa), qualche nuovo gruppo filo Tartaglia e anche uno straordinario Odio Tartaglia, particolarmente paradossale perché incitando all’odio si autodefinisce un gruppo «contro la follia dell’odio».
Ma se uno oggi ha voglia di farsi un giro su Facebook forse non troverà più le pagine che hanno causato tanto sdegno subito dopo l’aggressione del Duomo: in compenso Uccidiamo Bassolino è ancora lì bel tranquillo, accanto a Uccidiamo Spaccarotella, Uccidiamo Prodi, Uccidiamo Marrazzo, Uccidiamo Bossi, mentre è ricomparso anche un Uccidiamo Berluskoni (con il kappa), qualche nuovo gruppo filo Tartaglia e anche uno straordinario Odio Tartaglia, particolarmente paradossale perché incitando all’odio si autodefinisce un gruppo «contro la follia dell’odio».
lunedì 21 dicembre 2009
Aiutaci a difendere la libertà in internet: basta una firma!
Allora, amici, la storia è questa: siccome dopo il lancio del duomo a Berlusconi se ne sono sentite di tutti i colori (chi vuole eliminare l'anonimato su internet, chi vuole mettere filtri alla navigazione, chi paragona Facebook alle Brigate Rosse e via discorrendo), è arrivata l'ora di mettere in piedi un dibattito costruttivo in cui venga spiegato quali sono i meccanismi di Internet, quali insidie nasconde e quali incredibili opportunità offre per lo sviluppo di una società aperta.
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domenica 20 dicembre 2009
Di Bella mette in scadenza la Dandini
I voti del centrodestra avevano un prezzo. A un mese dall'investitura plebiscitaria alla direzione di Rai Tre, Antonio Di Bella si appresta a cancellare la satira di Serena Dandini, a chiudere in anticipo la stagione di Parla con me.
La Dandini ha un contratto per 4 puntate a settimana sino a giugno, ma il palinsesto primaverile – in fase di stesura – prevede l'ultima puntata già a marzo. Parla con me ha debuttato tra le polemiche e tentativi di censura, l'azienda voleva impedire la messa in onda della commedia Lost in Wc: all'interno di un bagno sfarzoso, riprese da una telecamere nascosta, c'erano due ragazze baresi che si fotografavano a vicenda. Chiara allusione a Patrizia D'Addario alle feste presidenziali di palazzo Grazioli. La gestione di Paolo Ruffini aveva un canovaccio rodato da sette anni di buoni successi, personaggi chiave e intoccabili, compromessi rigidi tra informazione e intrattenimento: se Fabio Fazio rappresenta la finestra sulla cultura, la Dandini è la satira in seconda serata. Antonio Di Bella aveva il compito di proseguire il lavoro di Ruffini, non di copiarlo fedelmente: il blocco di Parla con me, a un mese dall'incarico, è il segnale di apertura del nuovo corso.
La Dandini ha un contratto per 4 puntate a settimana sino a giugno, ma il palinsesto primaverile – in fase di stesura – prevede l'ultima puntata già a marzo. Parla con me ha debuttato tra le polemiche e tentativi di censura, l'azienda voleva impedire la messa in onda della commedia Lost in Wc: all'interno di un bagno sfarzoso, riprese da una telecamere nascosta, c'erano due ragazze baresi che si fotografavano a vicenda. Chiara allusione a Patrizia D'Addario alle feste presidenziali di palazzo Grazioli. La gestione di Paolo Ruffini aveva un canovaccio rodato da sette anni di buoni successi, personaggi chiave e intoccabili, compromessi rigidi tra informazione e intrattenimento: se Fabio Fazio rappresenta la finestra sulla cultura, la Dandini è la satira in seconda serata. Antonio Di Bella aveva il compito di proseguire il lavoro di Ruffini, non di copiarlo fedelmente: il blocco di Parla con me, a un mese dall'incarico, è il segnale di apertura del nuovo corso.
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Duemila miliardi di ragioni per essere preoccupati
1.800 miliardi di Euro, è il nuovo record toccato dal nostro debito pubblico. Questo mentre proprio in questi giorni la Grecia ha sfiorato il “default” del suo. Perché in pochi parlano di questo enorme fardello che grava su ognuno di noi e, soprattutto, peserà sulle future generazioni?
Mercoledì scorso su Giornalettismo, sia Carlo Cipiciani nel suo editoriale, sia Luca Conforti nella sua inchiesta, si sono occupati del nostro Debito pubblico. L’editoriale di Cipiciani, in particolare, mi è parso più allarmato rispetto alla pur puntuale e precisa inchiesta di Conforti. Cipiciani, in sostanza auspica una decisa presa d’atto della gravità della situazione italiana. “E’ bene – scrive Cipiciani nel suo articolo –che il paese cominci a rendersene conto. E che qualcuno cominci a prendere dei provvedimenti, prima che sia davvero troppo tardi”. Io sono d’accordo con lui. Il debito pubblico italiano ha superato soglia 1.800mila miliardi di euro. Un cifra impressionante. L’Italia ha in valore assoluto – ossia non in relazione al Pil, su cui viene calcolato rispetto al parametro di Maastricht che, comunque, si avvia verso il picco del 120% – uno dei debiti più alti al mondo. La crescita del debito su base mensile è stata di ben 14,7 miliardi ed è imputabile, secondo il bollettino di Bankitalia, per la maggior parte alle spese delle amministrazioni pubbliche. Forse pochi lo sanno, ma se non avessimo questo macigno sulle spalle, frutto dei deficit accumulati ogni anno, lo Stato potrebbe indirizzare le sue risorse per ammodernare l’apparato pubblico, potenziare la rete delle sue infrastrutture, rendere efficienti i servizi sociali, promuovere programmi di sviluppo in settori strategici dell’economia come quello delle nuove tecnologie e della conoscenza, creando così nuova occupazione. Insomma, come ci insegnano al corso di economia, potrebbe praticare quel ruolo del buon padre di famiglia che, liberatosi dopo lunghi sacrifici di tutti i debiti contratti nel passato, comincia finalmente a guardare con ottimismo al futuro suo e della sua famiglia.
Mercoledì scorso su Giornalettismo, sia Carlo Cipiciani nel suo editoriale, sia Luca Conforti nella sua inchiesta, si sono occupati del nostro Debito pubblico. L’editoriale di Cipiciani, in particolare, mi è parso più allarmato rispetto alla pur puntuale e precisa inchiesta di Conforti. Cipiciani, in sostanza auspica una decisa presa d’atto della gravità della situazione italiana. “E’ bene – scrive Cipiciani nel suo articolo –che il paese cominci a rendersene conto. E che qualcuno cominci a prendere dei provvedimenti, prima che sia davvero troppo tardi”. Io sono d’accordo con lui. Il debito pubblico italiano ha superato soglia 1.800mila miliardi di euro. Un cifra impressionante. L’Italia ha in valore assoluto – ossia non in relazione al Pil, su cui viene calcolato rispetto al parametro di Maastricht che, comunque, si avvia verso il picco del 120% – uno dei debiti più alti al mondo. La crescita del debito su base mensile è stata di ben 14,7 miliardi ed è imputabile, secondo il bollettino di Bankitalia, per la maggior parte alle spese delle amministrazioni pubbliche. Forse pochi lo sanno, ma se non avessimo questo macigno sulle spalle, frutto dei deficit accumulati ogni anno, lo Stato potrebbe indirizzare le sue risorse per ammodernare l’apparato pubblico, potenziare la rete delle sue infrastrutture, rendere efficienti i servizi sociali, promuovere programmi di sviluppo in settori strategici dell’economia come quello delle nuove tecnologie e della conoscenza, creando così nuova occupazione. Insomma, come ci insegnano al corso di economia, potrebbe praticare quel ruolo del buon padre di famiglia che, liberatosi dopo lunghi sacrifici di tutti i debiti contratti nel passato, comincia finalmente a guardare con ottimismo al futuro suo e della sua famiglia.
sabato 19 dicembre 2009
Approfondimento: Libera Rete in Libero Stato
Uno dei prodotti indesiderati dell’aggressione del “Tartaglia furioso” è il dibattito, giunto in Consiglio dei ministri, sulla libertà di espressione in rete.
Già la presenza di un dibattito non è un buon segno, visto che la libertà di espressione in rete non dovrebbe essere in discussione.
Un secondo elemento di preoccupazione viene dalle dichiarazioni di alcuni dei partecipanti al dibattito. Secondo cui la rete “non educa a nulla” (Giancarlo Galan); ”I social network non sono più luoghi di incontro e socializzazione virtuale. Si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato, incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione” (Gabriella Carlucci);”Facebook è più pericoloso dei gruppi degli anni ‘70” (Renato Schifani) e dunque bisogna “procedere all’oscuramento dei siti in cui si inneggia alla vigliacca aggressione” (Andrea Ronchi).
Il tutto mentre appaiono, nell’arco di una notte, gruppi di sostenitori al Premier da due milioni di iscritti e su Google si registrano strane sparizioni.
Già la presenza di un dibattito non è un buon segno, visto che la libertà di espressione in rete non dovrebbe essere in discussione.
Un secondo elemento di preoccupazione viene dalle dichiarazioni di alcuni dei partecipanti al dibattito. Secondo cui la rete “non educa a nulla” (Giancarlo Galan); ”I social network non sono più luoghi di incontro e socializzazione virtuale. Si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato, incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione” (Gabriella Carlucci);”Facebook è più pericoloso dei gruppi degli anni ‘70” (Renato Schifani) e dunque bisogna “procedere all’oscuramento dei siti in cui si inneggia alla vigliacca aggressione” (Andrea Ronchi).
Il tutto mentre appaiono, nell’arco di una notte, gruppi di sostenitori al Premier da due milioni di iscritti e su Google si registrano strane sparizioni.
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A La Russa è venuta un'idea: privatizzare la difesa
Nessuno ne parla, eppure secondo la Finanziaria 2010 tutte le spese di gestione del ministero della Difesa passeranno sotto il controllo di una società per azioni. I vertici di questa Spa saranno nominati dallo stesso ministro mentre il Parlamento non avrà alcun potere dei controllo. Nasce la Difesa Spa.
Il Governo si accinge a fare, sulla stessa falsariga di quanto già anticipato da Giornalettismo per il Dipartimento della Protezione civile , una mossa a dir poco clamorosa. La trasformazione della nostra Difesa in una società per azioni. Secondo alcuni commi semi nascosti nella Finanziaria appena varata con il voto di fiducia alla Camera, le spese e la gestione della nostra Difesa verranno affidate ad un consiglio d’amministrazione di una Spa ed i dirigenti di quest’ultima saranno nominati discrezionalmente dal solo ministro della Difesa, senza alcuna possibilità di controllo e di intervento da parte del Parlamento. Un provvedimento che sta allarmando non poco, proprio in queste ore, molti parlamentari dell’opposizione. Secondo il senatore del Pd, Giampiero Scanu: “La privatizzazione di un intero ministero sta passando praticamente inosservata, mentre introduce un principio senza precedenti. Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari”.
Il Governo si accinge a fare, sulla stessa falsariga di quanto già anticipato da Giornalettismo per il Dipartimento della Protezione civile , una mossa a dir poco clamorosa. La trasformazione della nostra Difesa in una società per azioni. Secondo alcuni commi semi nascosti nella Finanziaria appena varata con il voto di fiducia alla Camera, le spese e la gestione della nostra Difesa verranno affidate ad un consiglio d’amministrazione di una Spa ed i dirigenti di quest’ultima saranno nominati discrezionalmente dal solo ministro della Difesa, senza alcuna possibilità di controllo e di intervento da parte del Parlamento. Un provvedimento che sta allarmando non poco, proprio in queste ore, molti parlamentari dell’opposizione. Secondo il senatore del Pd, Giampiero Scanu: “La privatizzazione di un intero ministero sta passando praticamente inosservata, mentre introduce un principio senza precedenti. Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari”.
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