lunedì 9 novembre 2009

Crisi: tutto quello che il regime ci sta nascondendo

Gli spot di Berlusconi per nascondere un ritardo disastroso.
In queste ore si discute dei dati Ocse secondo i quali l’Italia è il Paese che mostra l’incremento maggiore su base tendenziale, con un più 10,8 per cento, mentre l’incremento su base congiunturale è dell’1,3. Sempre su base mensile, il Paese che mostra un incremento maggiore, però, è la Germania in crescita del 2 per cento e del 5,7 rispetto al 2008.
Berlusconi ha subito commentato: “Il peggio della crisi è alle spalle. La crisi ha segnato più di altri la Gran Bretagna, essendo la sua economia basata sulla finanza” ed ha portato l’Italia “al terzo posto in Europa” come contribuenti e “siamo sesti nelle Nazioni Unite. Insomma, non possiamo lamentarci” perchè “non va malissimo”.

Il presidente del Consiglio ha aggiunto: “Ci sono forti segnali di ripresa, basta vedere i dati dell’Ocse. Basta vedere oggi i dati dell’Ocse con l’Italia al top, insomma, ci sono concreti segnali di ripresa”. Poi il cavaliere ha rilevato: “I contatti con imprenditori grandi, medi e piccoli, che ho avuto in questi giorni, così come quelli con il mondo degli artigiani e dei commercianti, mi fanno dire che c’è un diffuso ottimismo”.
Poi ci sono i dati Istat, raccolti nella ricerca ‘Aspetti della vita quotidiana’, secondo i quali la crisi pesa ancora molto sulle famiglie italiane, ma meno di un anno fa. Nei primi mesi del 2009 è aumentata la percentuale di famiglie che giudicano la propria situazione economica invariata rispetto al 2008, mentre è calata la quota di quelle che riferiscono un peggioramento, passando dal precedente dal 54,5 per cento al 50. La percentuale di famiglie che denunciano un peggioramento della propria condizione è molto più elevata al Sud, dove tocca il 16,2 per cento contro il 10,7 delle famiglie del Centro.
In un clima propagandistico e demagogico permanente ci sono cose che non vengono sottolineate e le ‘percezioni’ sono piuttosto indotte dai media che da fatti concreti. D’altra parte i telegiornali non si interessano di disoccupati, cassintegrati, fabbriche che chiudono o sull’orlo del fallimento. Meglio una rubrica di cucina con uno speciale sull’aceto balsamico di Modena.
L’Associazione italiana private banking (Aipb), però, ha analizzato la situazione dei ricchi in Italia. La ricerca ha stimato che il forziere dei ’super ricchi’ (high net worth individual), ossia famiglie con patrimoni finanziari superiori ai 500 mila euro (escludendo ricchezza reale e immobili), conserva oggi 836 miliardi, con un rialzo del 4 per cento rispetto agli 804 miliardi del 2008. Insomma, nonostante la crisi c’è chi ha guadagnato e non poco.
Si è distribuita questa ‘ricchezza’? Per niente, perchè erano e sono 590 mila le famiglie italiane con passaporto di Paperopoli, dimostrando che l’incremento del patrimonio totale è legato essenzialmente alla ripresa dei mercati finanziari, sia azionari sia obbligazionari.
Per Aipb i super ricchi sono concentrati maggiormente nell’area del Nord, dove le famiglie hanno in mano quasi il 68 per cento della ricchezza totale del Belpaese. Secondo Fabio Girotto “le regioni del Nord sono quelle che hanno saputo maggiormente trarre beneficio dalla ripresa dei mercati azionari, evidenziando tassi di crescita del patrimonio oltre il 3,9 per cento medio nazionale”.
La ripresa non ha neppure sfiorato i cittadini, ma si è concentrata sui ’soliti noti’, confermando l’antico detto secondo il quale “piove sempre sul bagnato”. Ma non finisce qui.
Sempre l’Ocse, nel rapporto “Obiettivo crescita”, diffuso a marzo di quest’anno aveva scritto: “Il divario tra l’Italia e i Paesi più performanti continua ad ampliarsi in particolare a causa della bassa produttività”.
Nella ricerca il nostro Paese era al 19esimo posto su 29, ultimo tra i più sviluppati, europei e non. Per la differenza del Pil pro capite rispetto agli Usa, l’Italia aveva registrato un divario superiore al 30 per cento rispetto al 2007. Tra le cause del ritardo minore produttività e il basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra giovani, anziani, donne e nel Sud. L’Ocse aveva anche suggerito i settori in cui gli interventi dovrebbero essere prioritari: riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, decentramento della contrattazione salariale, più incentivi per la ricerca. Il governo ha solo varato una riforma dell’università che dequalifica ulteriormente l’istruzione pubblica, tagliando profondamente fondi e finanziamenti.
Ed ancora l’Ocse, nel 2008, aveva lanciato un allarme. In un altro rapporto pubblicato su redditi, disuguaglianza e povertà, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico rilevò un peggioramento del divario tra ricchi e poveri e lo considerò un fenomeno molto esteso, che colpiva i tre quarti dei 30 Paesi aderenti. In quella classifica l’Italia era tra chi mostrava un aggravamento più grave del divario tra i più super ricchi e la classe media.
In quella ricerca il Belpaese, dalla metà degli anni ’80 al 2008, aveva prodotto un peggioramento della disuguaglianza tra redditi da lavoro, risparmi e capitale del 33 per cento. Avvertì l’organizzazione: “Si tratta del più elevato aumento nei Paesi Ocse, dove l`aumento medio é stato del 12 per cento” ed aggiunse: “La disuguaglianza é rimasta ad un livello comparativamente elevato. Tra i 30 paesi Ocse oggi l`Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri”.
Per l’Ocse in Italia la mobilità sociale era la più bassa che in altri Paesi, come Australia o Danimarca e i figli delle famiglie povere mostravano una più bassa probabilità di migliorare la propria posizione sociale rispetto ai figli di famiglie ricche. La ricchezza appariva “distribuita in modo più diseguale rispetto al reddito”: il 10 per cento con più soldi deteneva circa il 42 per cento del valore netto totale.
I dati nudi e crudi erano drammatici: il reddito medio del 10 per cento degli Italiani più poveri era di circa 3367 euro, tenuto conto della parità del potere di acquisto, quindi sotto la media Ocse di 4713,8 euro, mentre il reddito medio del 10 per cento più ricco era di circa 37037 euro sopra la media. “I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media”, aveva concluso l’Ocse.
La diffusione di ‘numeri incoraggianti’, allora, non è altro che uno spot propagandistico, una iniezione di fiducia dopata. E nascondere, anche con la complicità dei media, la progressiva dequalificazione del sistema industriale italiano, i ritardi nella modernizzazione delle infrastrutture, la quasi inesistenza di ricerca ed innovazione continua a nutrire una strategia della disinformazione miope e suicida. Perchè crisi e ritardi fanno dell’Italia uno dei Paesi più in difficoltà tra quelli sviluppati.
Il Cavaliere pubblicizza la ‘potenza’ italiana e non si trovano i soldi per la sanità, la scuola, le forze di polizia. Gran parte dei cittadini non lo sanno e questo basta al governo. Perchè l’obiettivo è prendere voti, fino a che dura. Poi si vedrà.

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